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Chiedere è sano… rispondere è educativo.

“Profe ma a cosa serve fare le espressioni?”, “Ma perché devo dimostrarlo? Si vede a occhio che sono uguali questi due triangoli!”, “Ma sarà più importante studiare un’altra lingua, tipo lo spagnolo? Ma chi è che parla il latino oggi?!”, “Ma se tanto c’ho il righello perché devo usare Pitagora?!”. Alcuni insegnanti si imbarazzano, altri si infastidiscono, pochi si rallegrano di fronte a queste domande.  Alcuni farfugliano qualcosa sulle future professioni, altri sgridano istericamente accusando di aver trovato un pretesto per disturbare e non lavorare come gli altri. Di certo pochi incoraggiano la curiosità e l’interesse, la domanda di senso che dovrebbe essere riconosciuta come il germoglio, il frutto del vero lavoro scolastico-educativo. Purtroppo queste domande sbocciano raramente, per l’aridità di metodi e procedure di studio meccaniche, schematiche e inconfutabili o per il gelo di un ambiente scolastico rigido, grigio, che attanaglia qualsiasi punto di domanda che cerca di fare capolino fuori. I ragazzi colgono subito le risposte evasive, preconfezionate, l’atteggiamento risentito, frustrato e la fragilità di chi non sa cosa sta facendo o peggio ancora non se lo è mai chiesto.  I ragazzi amano arrampicarsi, una volta lo facevano sugli alberi e ancora oggi in effetti,  perché è nella nostra natura esplorare,  soprattutto chiedendosi il perché delle cose. Non possiamo batterli  arrampicandoci sugli specchi! Come si può insegnare ma soprattutto educare senza chiedersi cosa si sta facendo e che senso ha per la propria vita e altrui?! Matematica, geometria e traduzioni di   latino servono a imparare a risolvere  problemi, non solo quelli assegnati dalla profe per domani ma soprattutto ogni genere di problema che va affrontato analizzando la situazione, cercando risorse, ipotizzando una soluzione e mettendola alla prova.  Ai miei tempi  ero l’incubo della professoressa di matematica e fisica al liceo, non capivo il significato di “poniamo per approssimazione, poniamo per assurdo” e, non essendo il solo a non afferrare il concetto, risultavo comunque l’unico secondo lei a polemizzare. L’altro giorno un ragazzo mi ha chiesto “ma perchè devo fare le espressioni? tanto non le farò mai da grande!”. Al che gli ho presentato un esempio:

-“Tu durante una partita di calcio, quando ti arriva la palla, resti in mezzo al campo a palleggiare?”

-“No di certo, la stoppo e la passo o avanzo e tiro in porta!”

-“Allora secondo te palleggiare in allenamento è inutile?”

-“No, perchè così miglioro sul controllo e tocco della palla”

-“Ecco vedi, le espressioni sono come i palleggi, servono per migliorare le tue capacità di ragionamento e ti renderanno più abile nello studio, nel lavoro e perché no anche in campo.”

Mano male che ho giocato parecchi anni a calcio da piccolo, di fronte a questa fulminea azione d’attacco mi sono proprio salvato in corner! A parte gli scherzi, i ragazzi hanno l’istinto e il diritto di curiosare, interessarsi e chiedere. Noi, d’altra parte, abbiamo il dovere di rispondere, anche “non lo so ….. è una bella domanda sai? Vediamo un po’ …..”

Federico Fontana, Psicologo, Responsabile di Filale, Casa dello Studente.

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