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Gli ingredienti della comunicazione

“E’ impossibile non comunicare”, così recita il primo assioma elaborato dalla scuola di Palo Alto in California. Effettivamente ogni volta che entriamo in contatto con qualcun altro non è possibile il Time out: comunichiamo sempre, anche quando siamo in silenzio.

Comunicare è una cosa che alla maggior parte di noi risulta tanto semplice da fare e tanto complessa da modificare. Come mai?

In ogni comunicazione entrano in gioco tanti aspetti. Il linguista russo Roman Jakobson ne ha individuati 6:

·         un mittente, ovvero la persona che manda un messaggio, assumendo un preciso il ruolo sociale (mamma accogliente, amica schietta, zia acida, collega fredda, …);

·         un messaggio,  che è il contenuto trasmesso (elezioni politiche, acquisto di un televisore, mostra di quadri, viaggio estivo, …);

·         un destinatario, ovvero la persona che riceve il messaggio assumendo un altro ruolo sociale;

[ovviamente, mittente e destinatario sono interscambiabili e possono essere più di una persona…]

·         un contesto sociale, che è la situazione generale e le circostanze particolari in cui avviene la comunicazione (casa, lavoro, scuola, gruppo di amici, negozio, ristorante, …);

·         un codice culturale, che deve essere comprensibile ed utilizzabile da tutti gli interlocutori e che può essere costituito da una componente non verbale (gesti, espressioni del viso, postura, prossemica, abbigliamento), una componente paraverbale (accento, tono, velocità, ritmo, timbro, volume, intensità) e una componente verbale espressa con le regole grammaticali di una lingua;

·         un canale, che consente una connessione tra gli interlocutori anche attraverso un mezzo fisico (lettera, messaggistica istantanea, vis-à-vis, …).

Ogni volta che parliamo con qualcuno entrano in gioco tutte queste componenti, solo che non ce ne accorgiamo! Quand’è che tocca prenderle in esame? Quando qualcosa nella comunicazione non funziona… Quando ci sono fraintendimenti, discussioni, litigi, …

Si dice che “per un punto Martin perse la cappa”, così -in modo analogo- possiamo dire che nella comunicazione basta spostare una virgola che possono scatenarsi tempeste o alzarsi barricate. Quindi, ragioniamo su come possiamo orchestrare tutti quegli aspetti in base al tipo di comunicazione che vogliamo fare.

Innanzitutto dobbiamo ridurre il campo. Comunicazione è un termine molto ampio e può essere anche riferita a quella dei mass media: pochi mittenti a molti destinatari. Qui non ce ne occupiamo. Non ci occuperemo neanche della comunicazione fatta attraverso i dispositivi digitali, perché occorre fare precisazioni peculiari per quel  tipo di canale. Quindi, consideriamo solo la comunicazione tra 2 o più persone dal vivo nelle situazioni di simmetria, ovvero senza uno sbilanciamento di potere  tra gli interlocutori.

Da qui in poi parliamo di ingredienti, utilizzando una metafora culinaria. Nella comunicazione infatti, non ci sono modalità giuste o sbagliate, ma è prenderle in rassegna tutte e poi decidere quelle che sono maggiormente adatte ad una situazione o ad un’altra. In effetti in cucina funziona così: aprendo la credenza possiamo trovare miele, farina, pepe, zucchero, cannella, sale, curcuma, … Tutti ingredienti che presi da soli sono sicuramente sani, ma se mettiamo lo zucchero nell’acqua della pasta o il sale nel caffè poche persone apprezzeranno l’esperimento!

PUNTUALIZZARE

Con questa modalità si può riferire in modo completo il proprio punto di vista in modo razionale. Al contempo potrebbe generare nell’altro reazioni emotive negative, come il fastidio.

RECRIMINARE

Questa modalità esprime il proprio vissuto se alcuni comportamenti dell’altro ci fanno stare male. Al contempo, la persona a cui ci rivolgiamo in questo modo potrebbe sentirsi attaccato e giudicato.

“TE LO AVEVO DETTO”

Questa modalità viene usata per mostrare che si danno consigli utili e che la prossima volta si potrebbero utilizzare.Al contempo sottolinea il fatto che l’altro non può sperimentare modalità nuove assumendosi la responsabilità degli esiti. Siano essi positivi o negativi.

“IO LO FACCIO PER TE”

Questa modalità viene usataper esprimere il grande affetto che guida le azioni fatte per l’altra persona. Al contempo comunica all’altro un sacrificio unidirezionale e questo potrebbe generare senso di colpa.

“LASCIA, FACCIO IO”

Questa modalità viene usata per aiutare l’altra persona. Al contempo genera nell’altro il pensiero “lo fa lui perché io non sono capace, né posso imparare a farlo” oppure “tanto meglio, sicuramente non dovrò impegnarmi a fare niente”.

CONSIGLIARE

Questa modalità viene usata per indicare all’altra persona la scelta che si pensa migliore per lei. Al contempo potrebbe essere recepita come una dimostrazione di potere: “Io dico a te quello che devi fare perché io conosco la situazione”.

DOMANDARE

Questa modalità – quando non è retorica- viene usata per lasciare all’altro la possibilità di dare la propria risposta. Al contempo necessita che l’altro sia disposto a rispondere o che riesca a trovare una risposta. Ci sono molti modi di domandare, il punto è trovare quello giusto per il tipo di comunicazione:

–       Domande chiuse, ex. Oggi ti senti triste?

–       Domande aperte, ex. Oggi come ti senti?

–       Domande che offrono opzioni, ex. Oggi ti senti stanco, pensieroso, annoiato o …?

Insomma tanti ingredienti con cui sperimentare le proprie ricette. E pensare che qui non ci sono neanche tutti! Il consiglio che vi diamo è di provare ad utilizzare quelli che vi sembrano maggiormente opportuni per le situazioni che incontrate e notare come arriva il messaggio. Se ci sono fraintendimenti o aumentano i litigi, allora è necessario cambiare modalità e sperimentarne una nuova.

A cura della Dott.ssa Valentina Albano, psicologa, psicoterapeuta Casa dello Studente

Bibliografia

Watzlawick P., Weakland J. H. &Fisch R., Change. Sulla formazione e la soluzione dei problemi, Casa Editrice Astrolabio, Roma, 1974.

Nardone G., Correggimi se sbaglio. Strategie di comunicazioneper appianare i conflitti nelle relazioni, Ponte delle Grazie, Milano, 2005.

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