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Le tragedie del mare spiegate ai nostri figli

Arturo, cinque anni e mezzo: «Mamma, perché queste persone di colore vengono da noi?». Perché sono disperate. «E perché le lasciamo morire nel mare?». Perché non riusciamo a salvarle tutte: le loro barche sono piccole e loro sono tantissimi. «Ma allora dobbiamo andare noi a prenderli, con le nostre barche! Se io fossi là vorrei che qualcuno mi venisse ad aiutare».

Lo psicoterapeuta Fulvio Scaparro considera positivo questo dialogo, vero, tra madre e figlio. «Le domande del bambino sono un buon segno, avrà tutto il tempo per diventare cinico…». Le tragedie del mare non sono più una eccezione, ma una drammatica regola. Ed è indispensabile aiutare i nostri figli a metabolizzarla. In che modo, però? «Senza fare convegni, scegliendo parole semplici. Per esempio dicendo che chi cerca di scappare dal suo Paese per raggiungere l’Italia si affida a persone come il Gatto e la Volpe di Pinocchio, che promettono di aiutarlo in cambio di soldi, ma in realtà se ne approfittano».

È difficile contenere l’impatto delle immagini sugli schermi televisivi. «E infatti non dico che sia necessario oscurarli, ma di sicuro i bambini non devono essere lasciati soli a guardarli, hanno bisogno di un adulto vicino pronto a rispondere a qualunque domanda. Anche se due minuti dopo si metteranno a giocare: l’importante, per loro, è aver percepito l’attenzione del genitore».

Talvolta l’ansia e la preoccupazione degli adulti si trasmettono nonostante gli sforzi di apparire sereni. «Sì, ed è il rischio maggiore. Un figlio non deve avere la sensazione del disastro imminente, ma sentire che anche i suoi genitori possono fare qualcosa, magari con un piccolo gesto fatto nella propria città».

E arrendersi e considerare questi eventi come parte del nuovo mondo? «Mai. Fossimo anche gli ultimi sulla terra a pensarlo, non dobbiamo concederci nessuna resa».

@elvira_serra

Tratto da Corriere della Sera

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