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Lo psicologo per mio figlio?! Se non lo conosco lo evito.

“Ma se mio figlio si alza durante la lezione per andare a lasciare un bigliettino per parlare con la psicologa cosa penseranno i suoi compagni?!”. È stata la domanda infervorata di un papà durante la serata di presentazione del nuovo sportello di ascolto e della nuova filiale di Passirano per la Casa dello Studente. È naturale che un genitore si preoccupi di quello che vive il proprio figlio, a volte è difficile per un genitore accettare che per affrontare il disagio legato ai rapporti famigliari, con i compagni, con gli amici o con sé stesso, il proprio figlio senta il bisogno di condividere stati d’animo, dubbi e curiosità con chi può offrirgli un’alternativa rispetto ai soliti rimproveri, consigli e pillole addolcite. Chiariamoci, anche con un genitore presente, il ragazzo può avere necessità di avere un confronto con altre persone, di allargare orizzonti, prospettive, punti di vista già assimilati e sperimentarsi ascoltando altre campane, altre voci del coro o fuori dal coro.

Che il genitore non abbia a risentirsene, dovrebbe esserne contento, perché la carne della sua carne sta crescendo e inizia a maturare nuove importanti competenze: curiosità, interesse, critica, giudizio, responsabilità e autonomia di scelta. Ma torniamo all’obiezione iniziale e analizziamola: ha più senso rispondere alle esigenze del proprio figlio o “salvare la faccia” consolidando lo stereotipo che lo psicologo cura i matti? I ragazzi esplorano, come si diceva nel precedente articolo, vogliono chiedere anche ad atre persone e comunque rivolgono comunque lo sguardo e l’orecchio al genitore per un confronto più ad ampio raggio. La domanda forse riguardava in effetti il metodo che chiama in causa la riservatezza, ma a questo ci si può pensare e una soluzione in nome della discrezione la si trova. Può darsi piuttosto che dovremmo essere noi adulti a mettere in discussione i nostri pregiudizi. Magari invece siamo noi grandi ad avere timore di una figura dai contorni ancora poco definiti, di certo non per la formazione, la competenza e l’esperienza sul campo e la professionalità, quanto piuttosto per il suo ruolo che ancora stenta spesso a essere riconosciuto: da una parte, altri profili professionali tendono a volte a sovrapporvisi, dall’altra spesso si ricorre allo psicologo quando si è già fatto il giro delle sette chiese e si chiedono soluzioni immediate per sintomi, comportamenti o atteggiamenti che in verità sono segni, tracce da seguire, orme da ripercorrere a ritroso. Esse sono il linguaggio dello stato d’animo che vuole essere letto, compreso, non cancellato o ignorato. A volte quindi il malessere è indecifrabile e forse spesso, pur con le migliori intenzioni, quelle proprie di un genitore per il bene della persona che più ama al mondo, si vuole che la sofferenza o il problema concreto vengano estirpate ….. ma sono le radici la parte più interessante! Altra riflessione sulla domanda-obiezione: quanto crediamo noi stessi che l’ascolto e l’intervento dello psicologo sia utile per migliorare la propria vita ancor più di usarlo per “confessarsi”, sfogarsi o cercare conferme di quanto siamo bravi, giusti e vittime di un mondo ostile e crudele? Perché il requisito fondamentale è volersi mettere in discussione e, ancor più alla sorgente, mettere da parte l’amor proprio, iniziare invece ad amarsi e lottare per il bene della persona che si ama. Ribadisco: ben vengano le idee per tutelare la riservatezza, ci mancherebbe altro, così come per la custodia di uno spazio intimo e sono legittime le richieste di informazioni sulla formazione, esperienza e professionalità di chi ascolterà il proprio figlio. Ma ancora più importante e fondamentale è sapere di noi stessi quanto siamo disposti ad accettare osservazioni su come la pensiamo, sia dagli psicologi e anche dai nostri figli. Quanto ci teniamo invece a salvare la facciata di adulti-genitori ineccepibili? Qui non si tratta di voler lavare i panni sporchi in casa propria, bensì di nascondere la polvere sotto il tappeto, o nascondersi dietro a un dito. Il più grande messaggio educativo consiste nel riconoscere che a volte ognuno di noi ha bisogno di aiuto, che non ci viene chiesto di essere perfetti ma di imparare dagli errori. Questo dobbiamo trasmetterlo non semplicemente dirlo. A proposito concludo citando una locuzione latina, però in italiano, dato che anch’io ho accettato l’osservazione di chi mi faceva notare che in latino sono una capra: le parole volano, gli scritti rimangono e gli esempi trascinano, se le parole suonano gli esempi tuonano!

Dott. Federico Fontana, Psicologo, Responsabile di Filiale, Casa dello Studente.

4 Comments

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