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Ragazzi “in piena”, che esondano

Sabato 19 novembre presso il Centro Culturale “Il Chiostro”, in contrada S. Giovanni a Brescia, si è tenuto un convegno su prevenzione e cura del bambino con deficit di attenzione e iperattività.

È stato piuttosto interessante e coinvolgente l’intervento della Prof.ssa Fava Vizziello, docente ordinario di psicopatologia presso l’Università di Padova, una signora semplice e schietta che senza cerimoniali e modalità formali ha discusso delle difficoltà attuali della famiglia alla luce dei suoi cambiamenti storici e socio-culturali. Questa simpatica professoressa mi ha dato il “la” per scrivere qualche riflessione. Ho avuto un paio di esperienze con ragazzi particolarmente energici, irrequieti e incalzanti fino al punto di suscitarmi la sensazione di essere travolto e invaso da un fiume in piena. Il problema non è tanto l’acqua in sé, che per natura può assumere tutte le forme che vuole riempiendo ogni spazio che trova, il problema è la tenuta degli argini. Il limite posto dal genitore deve essere naturale, fermo, costante e chiaro, comprensibile per il figlio. Il prerequisito consiste nella credenza da parte dell’adulto che il “fermare” il proprio figlio, abbia senso e sia funzionale per la sua crescita. In più, questa convinzione non deve restare teoricamente ragionevole ma incarnarsi in una figura, prima di tutto corporea, autorevole e quindi sicura. Trattenere non è sinonimo di contenere: mentre il primo indica il tentativo di far restare fermo qualcosa, il secondo comprende qualcosa di più, una presenza prima di tutto affettiva, empatica, che non si limita a imporre un “no” assoluto che impedisce qualsiasi sbocco creativo ma che comunica la via per conseguirlo e trasmette disponibilità, sicurezza e protezione. Il bambino ha così la possibilità di essere visto, guardato, ascoltato, compreso nei suoi bisogni e desideri e solo così avrà fiducia nell’aprirsi e condividere con l’adulto il proprio mondo. Il corpo dei ragazzi ha bisogno in primo luogo di uno spazio relazionale, a partire dalla convivenza educativa con i genitori fino alle esperienze scolastiche e sociali con i pari. Purtroppo le nuove tecnologie non aiutano, anzi, costruiscono nella mente dei ragazzi uno spazio virtuale nel quale tutto è immediatamente accessibile, fruibile e dove possono espandersi a dismisura: girare in lungo e in largo per la città e picchiare o sparare a chiunque capiti sotto tiro (come nel videogioco “call of duty”), aprire e chiudere amicizie su facebook con persone sconosciute senza neppure salutarle in seguito nella vita reale, conversare a pochi metri di distanza su wathsapp ignorandosi. Chiunque abbia a che fare con i ragazzi ha troppo spesso il dispiacere di vedere anime spente, indolenti e isolate o eccessivamente infuocate, inquiete e socialmente irrequiete. Purtroppo l’elemento in comune è la solitudine e l’idea non ancora consapevole ma incarnata che il mondo degli adulti è noioso e faticoso, ecco perché pochi di loro hanno in mente cosa fare da grandi. Molti di loro guardano i propri genitori affannarsi con il lavoro, convivere tra loro senza avere uno spazio per vivere il rapporto di coppia e con i propri figli. Molti genitori sono molto competenti nell’organizzare e programmare la propria vita e la loro con corsi sportivi, attività ludiche, doposcuola. Ma una quotidianità stracolma non corrisponde a una vita piena, nutriente, aperta anche alla dimensione del piacere e del divertimento. I bambini guardano gli adulti e spesso riconoscono la frustrazione, l’arrendevolezza, l’apatia. Come possono immaginare il loro futuro senza che tiri un alito di entusiasmo? È comprensibile che vogliano stare tutto il giorno a giocare nel loro mondo virtuale, dove non serve portare pazienza, tollerare la frustrazione, accettare un no. Perché dovrebbero affacciarsi fuori, chi glielo fa fare di vivere il grigiore che ha allagato gli occhi del papà e la mamma? È vero e sacrosanto: i ragazzi hanno bisogno di esplorare, hanno necessità di fare cose ma soprattutto di farle insieme a qualcuno che abbia uno sguardo di amore incondizionato su di loro, uno sguardo di chi desidera che il proprio figlio si esprima, che abbia negli occhi la luce dei propri desideri. In più vogliono conoscere il limite, che non è un divieto di accesso ma una mappa per orientarsi, non è qualcosa che inibisce ma che detta le condizioni per accedere alla gratificazione, alla soddisfazione, alla realizzazione di sé. Ricordo una riunione di equipe con adolescenti devianti, presso una comunità di pronto intervento dove lavoravo come educatore. Un ragazzo disse di fronte a tutti: “Volevo ringraziare tutti gli educatori per quello che stanno facendo per me, non smettete di fermarmi perché io da solo non sono capace … è come se cercassi in ogni situazione, ad esempio quando pretendo, litigo, mi arrabbio, qualcuno che mi dica adesso basta oppure no … scusatemi per tutto, è questo quello di cui ho bisogno”.  Ecco l’importanza dello spazio relazionale, l’incontro con chi per il mio bene mi contiene, in tutto il mio disagio, in tutta la mia energia. Egli mi incoraggia a incanalarla, è il mio argine, per cui mi segue sempre, è sempre al mio fianco, non è solo una diga che ogni tanto si apre e mi lascia allagare tutto. Facendo così, alla fine mi asciugo e mi inaridisco.

A cura di dott. Federico Fontana, Psicologo, Responsabile Filiale Paderno e Passirano, Casa dello Studente.

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