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Siamo fatti con lo stampino? Gli stereotipi proteggono o ingannano?

Lavorare quotidianamente con i ragazzi, ma in generale con le persone, ci apre al confronto e ci pone dinnanzi a una eterogeneità e varietà di caratteristiche umane, culturali, caratteriali. Questa dovrebbe essere un’occasione, una ricchezza, una possibilità preziosa per poter conoscere modi di pensare diversi dai nostri, per avviare scambi e, eventualmente modificare il proprio modo di essere in funzione di ciò che si impara man mano…non è forse questo che si intende per crescere? Ma quando il diverso ci spaventa che facciamo? Siamo davvero sicuri che non ci facciamo influenzare dalla prima impressione?

Ci sono termini psicologici che entrano nel linguaggio comune e che usiamo ormai in modo automatico, senza domandarci da dove derivino e, quindi, quale sia la portata del loro significato originale.

“Stereotipo” è uno di questi. Tutti noi abbiamo stereotipi, anche se non lo dichiariamo e, aspetto forse sul quale poniamo meno attenzione, tutti siamo al contempo oggetto degli stereotipi altrui.

Il termine stereotipo nasce in un ambito tutt’altro che psicosociale. Deriva dal francese stéréotype, parola inventata dal tipografo Didot, per indicare il metodo di stampa da lui brevettato nel 1795; è composta dal greco “stereos” duro, rigido e da “typos” impressione. La caratteristica che rendeva unici gli stampi di questo Didot era il poterli utilizzare più e più volte senza che si deformassero.

Fatta questa premessa sull’origine del nome, è facile intuire come mai negli anni ’90 sia stato azzeccato far migrare questa parola dal mondo della tipografia a quello della psicologia sociale, dagli stampi alle persone.

Nelle scienze sociali e ormai nel nostro linguaggio comune, gli stereotipi, dunque, sono delle particolari rappresentazioni mentali, o idee sulla realtà, che permettono di attribuire, senza nessuna distinzione o critica, delle caratteristiche a un’ intera categoria di persone. Gli stereotipi non tengono conto degli aspetti individuali, delle caratteristiche personali di ciascuno, ma trattano gli Altri, come se fossero fatti tutti con lo stampino.

Usare stereotipi ci fa fare una emigrazione inversa, quindi: ci fa tornare dalle persone agli stampi.

Per questo, gli stereotipi sono spesso delle valutazioni grossolane non completamente o affatto corrette. Criticare o smontare i giudizi stereotipici risulta, però, molto complicato, perché essi sono ormai radicati nella cultura e socialmente tramandati.

Il pregiudizio su alcune categorie di persone, spesso, induce a modificare il proprio comportamento sulla base di queste credenze.

State leggendo questo articolo e state pensando che, sì, forse avete stereotipi radicati nella vostra mente, ma di certo siete ad essi superiori e non vi fate condizionare nel vostro agire? Inizialmente tutti lo crediamo. E’ normale, è un pensiero comune, istintivo, difensivo forse. Provate però a leggere l’esperimento che vi racconto di seguito e vedete che effetto vi fa.

Esperimento di Bargh, Chen, e Burrows (1996)

Ai partecipanti veniva chiesto di formare una frase di senso compiuto, partendo da insiemi di 5 parole.

Ad un gruppo di partecipanti venivano sottoposte parole che attivavano lo stereotipo dell’anziano ( ad es: “sole” “capelli” “ha” “i” “grigi” à “ha i capelli grigi” ); all’altro gruppo parole neutre non legate ad alcun stereotipo.

Al termine del compito, si misurava con un cronometro il tempo impiegato dai partecipanti a percorrere a piedi il corridoio che portava all’ascensore.

Impossibile che leggere parole relazionate alla vecchiaia e alla lentezza che accompagna i movimenti delle persone anziane, possa rendere davvero più lenti, no? E invece…incredibilmente i soggetti ai quali era stato attivato lo stereotipo relativo alla terza età camminavano in modo molto più lento rispetto al resto dei partecipanti.

Ed ora rimaniamo ancora convinti che il nostro comportamento relazionale non si faccia condizionare dagli stereotipi che si insinuano nelle nostre menti?

A cura della dott.ssa Vera Longhena, Psicologa, responsabile di filiale presso Lunardi, Casa dello Studente.

Fonti: www.stateofmind.it; “psicologia  sociale” Zamperini Testoni ed. Einaudi,2002

 

 

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