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L’orientamento è un processo che riguarda solo gli adolescenti?

L’orientamento è un argomento quanto mai attuale nella nostra società post-industriale perché è sempre più pressante la necessità di orientarsi, così come molto complesse e articolate sono le strategie da mettere in pratica e imprevedibili le conseguenze per la persona e per la collettività.

Negli ultimi vent’anni le più importanti leggi di riforma degli ordinamenti didattici scolastici ed universitari hanno previsto o contemplato lo svolgimento di attività di orientamento e di tutorato sempre più legate ai processi di formazione. Si assiste, quindi, ad un aumento di iniziative di orientamento, sia nel sistema dell’istruzione, sia da parte di altri soggetti istituzionali o privati.

L’orientamento, tuttavia, può essere considerato come una strategia per lo sviluppo personale che deve essere accessibile in modo permanente a tutti. Diventa importante che l’orientamento si sviluppi lungo tutto l’arco della vita, in modo che la persona possa attribuire un «significato di continuità (personale, sociale, professionale) ad un percorso di esperienza segmentata» e alla luce dei nuovi scenari socio-economici il concetto di educazione e formazione permanente è il riferimento che guida le politiche che dovranno sviluppare un continuum formativo-lavorativo nei diversi periodi della vita.

Secondo lo studioso D. Levinson è possibile distinguere quattro principali periodi della vita umana: preadultità dai 17 ai 22 anni, la prima età adulta dai 23 ai 35-40 anni, la media età adulta dai 40 ai 60-65 anni e la tarda età adulta dopo i 60 anni.

Ogni periodo corrisponde ad un diverso sviluppo individuale e D. Levinson ha individuato come «caratteri dello sviluppo dell’adulto gli intrecci tra fattori psicologici e fattori socioculturali, prospettando i caratteri della molteplicità, della pluralità delle direzioni, della complessità del continuum della storia di vita». In questa prospettiva, l’orientamento può essere considerato come un processo dinamico che prevede una gestione efficace, una preparazione ed una capacità di automonitoraggio e di progettazione anche durante le varie fasi di transizione che attraversa una persona durante la propria vita e si possono distinguere quattro momenti orientativi in cui è necessario individuare il percorso più adatto alle proprie caratteristiche ed attese che corrispondono a quattro diverse fasi.

Nella fase di orientamento centrato sulla formazione si fa riferimento prevalentemente agli allievi e agli studenti durante il loro periodo d’istruzione e formazione. Diventa, quindi, importante che siano sviluppate in questa fase le competenze orientative di base in modo che ci sia sullo sfondo il problema del lavoro futuro. Fondamentale in questo caso è la capacità di riorientamento nel caso in cui le scelte effettuate non siano state soddisfacenti sia dal punto di vista del successo formativo, sia sotto il profilo delle attese. Solitamente questa fase di orientamento è considerata ad esclusivo appannaggio dei giovani, in realtà per il lifelong- learning, è sottovalutata e non presa in considerazione con la dovuta importanza la formazione nella vita adulta e dei processi di orientamento al lavoro e sul lavoro, in funzione dei bisogni orientativi legati alla gestione della vita lavorativa.

L’ingresso nel mondo del lavoro coinvolge prevalentemente i giovani, che solitamente non hanno esperienze professionali precedenti; in questa fase diventa, quindi, importante per i soggetti fare esperienza attraverso tirocini, per un primo approccio con il mondo del lavoro, e mettere in atto strategie di ricerca del lavoro per costruire un progetto professionale che sia personalizzato e che si avvicini il più possibile alle proprie aspettative. Sostanzialmente, l’azione di orientamento è finalizzata in questa fase della vita alla promozione della condizione lavorativa di una persona del tutto priva o con scarsa expertise professionale.

Nel corso dell’esperienza lavorativa la necessità di orientarsi è dovuta sia a fattori contingenti e oggettivi che la persona si trova ad affrontare, come ad esempio la perdita del posto di lavoro o la chiusura dell’azienda per cui lavorava, la cassa integrazione o la mobilità, sia una motivazione di tipo soggettivo legata a particolari interessi quali ad esempio il cambiamento di lavoro legato a desideri personali, sviluppo di carriera o semplicemente per svolgere un lavoro che dia maggiore gratificazione personale. Questi aspetti danno una diversa connotazione ai bisogni di orientamento del soggetto adulto ormai inserito nel mondo del lavoro e nel caso del lavoratore disoccupato, diventa necessario pianificare strategie che gli consentano un reinserimento nel mondo del lavoro attraverso l’aumento della propria capacità occupazionale anche mediante percorsi di formazione che sviluppino nuove competenze.

Nell’orientamento centrato sulla fine dell’esperienza lavorativa, l’attenzione viene posta verso quella fase di vita della «terza età» che va oltre il periodo produttivo. Nelle società occidentali la vecchiaia sta diventando un problema pressante con l’allungamento della vita, ed è necessario prendere in considerazione un riorientamento di tipo culturale. Diventa, pertanto, importante una risposta di tipo sociale che punti prevalentemente a valorizzare «la centralità della persona e della sua storia di vita, al fine di rinforzarne e mantenerne l’identità; la terza età può, allora, essere riscoperta come un’epoca di progettualità e non semplicemente di nostalgia retrospettiva o di sopravvivenza». Le esperienze in questa direzione sono ancora molto limitate, ma le azioni di orientamento non dovrebbero dimenticare quelle persone che, dopo aver concluso la propria vita lavorativa, hanno bisogno di rimanere attive e di investire ancora le proprie competenze.

A cura della dott.ssa Stefania Ciaccia, Psicologa Equipe Orientamento, Casa dello Studente.

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