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Adulti e ruoli educativi

In prima media presi una nota per essere rientrato in ritardo in classe dopo la ricreazione.  Non dimenticherò mai lo sguardo basso, grave e il tono deluso e rassegnato del mio prof. Un’altra volta, sempre da bambino, cavalcando un’onda anomala di insensata euforia e autostima ipertrofica, pretesi arrogantemente di giocare in attacco; accadde durante l’assegnazione delle maglie, poco prima del fischio d’inizio di una partita di calcio. Non dimenticherò mai la vergogna di sedere a bordo campo, neanche in panchina, così come quel silenzio siderale durante il viaggio di ritorno sul furgone con i miei genitori. Furono e sono marchi a fuoco, segni indelebili, lezioni impagabili e lacrime che mi hanno forgiato. Nessuno mi ha mai umiliato, né deriso, né cercato pateticamente di fare l’amicone per relazionarsi comodamente con me per educarmi e ringrazio quelle persone ogni volta che sorrido nostalgicamente al ricordo. I ragazzi non hanno bisogno di adulti camuffati da pseudo-pari, né di adulti immaturi che si atteggiano con autoritarismo e neppure di adulti irritabili, frustrati, esasperati, bruciati e spenti, che si lasciano scorrere tutto addosso. Questi ultimi razionalizzano che ci vuole dolcezza e flessibilità, sono quelli che delegano sempre ad altri il ruolo del cattivo; risulteranno sicuramente quelli buoni ma di certo la loro presenza sarà evanescente, impalpabile, friabile. Ai loro occhi non sono credibili, validi, affidabili, vogliono figure che si mettano in gioco, che ci mettano la faccia, che abbiano il coraggio di dire no, di limitare, di confinare, di arginare, di contenere e sì, anche concedere. La concessione non è la trasgressione della regola ma un suo riflesso: è proprio perché una regola viene rispettata e perché c’è rispetto reciproco che si “cede insieme” (con-cedere); non stiamo parlando di bypassare una regola e di ignorare una figura educativa.

Ma i ragazzi chi rispettano? O meglio: cosa rispettano? Secondo me rispettano qualcuno che abbia uno specifico sguardo rivolto a loro, in particolare, che riconosca in loro il desiderio di realizzare la propria natura. Quando qualcuno mi vede veramente, e non mi guarda come guarda chiunque, posso provare ad avere fiducia e pensare serenamente che quello che fa lo fa per il mio bene. Oltre a questo l’adulto deve avere una propria vita, propri desideri, proprie passioni. Egli non deve elemosinare, non deve compiacere, non deve nascondersi, deve vivere la sicurezza del proprio mondo e la curiosità esplorativa verso quello altrui. Se gioca in difesa, se lotta in trincea, se si barrica dietro un ruolo è la sua fine, i ragazzi se lo mangiano a colazione. Diversi adulti pretendono l’educazione dai ragazzi, come se fosse loro dovuta e non sono disposti a sporcarsi le mani, sempre altri al loro posto dovrebbero pensarci. Poi ci sono quelli che vogliono continuare a fare da soli sbagliando, forse perché la loro principale fonte di godimento consiste nel preferire l’errore di testa propria piuttosto che il risultato frutto dell’umiltà e dell’ascolto; sono quelli che di fronte a una ragionevole osservazione ribattono: “Parli così perché non hai figli!”. Al che io rispondo loro sempre che questo è l’argomento dialettico di chi non ha più argomenti. Questa settimana mi sono imbattuto in un aforisma che devo parafrasare perché non ricordo come recita esattamente: non andare a caccia di farfalle, coltiva il tuo giardino e presto arriveranno per goderne con te.

A cura del Dott. Federico Fontana, psicologo Casa dello Studente

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