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Le domande giuste da porre ai figli

Alla fatidica, e onnipresente, domanda “Com’è andata la scuola?”, i figli rispondono con il silenzio oppure con un “bene”, molto generico, un “bene” che vuol dire niente ma può voler dire tutto. Noi genitori  vorremmo sapere se le lezioni sono state interessanti, se con i compagni va tutto bene, se c’è qualcuno che importuna o tratta male, se gli insegnanti sono in gamba ed equi, se la scuola è sicura, se hanno mangiato a sufficienza (e, spesso, anche cosa!). Ma, un po’ per stanchezza e un po’ per noia, i bambini e gli adolescenti ci zittiscono con il solito “bene”. Non stupiamoci. Pensiamo invece se tutti i santi giorni qualcuno ci aspettasse fuori dall’ufficio per chiederci la stessa cosa. A pensarci bene non è il miglior esordio per una conversazione, no? Inutile poi lamentarsi nella chat di classe scrivendo: “Mio figlio non mi racconta niente”. I bambini sono molto legati al qui ed ora, faticano a ricordare a posteriori gli eventi, i pensieri della giornata; è normale appena usciti non aver voglia subito di raccontare, quindi pazientate un po’. Sarebbe meglio fare domande in un momento diverso della giornata (prima di addormentarsi, prima di cena, il pomeriggio mentre si fa merenda). Come fare, quindi, a sapere com’è andata davvero? Aggirando la domanda principale con altre domande più “morbide”, rilassanti e (quasi) casuali. Denominatore comune: dovrebbero essere tutte domande “positive” ovvero che partano dall’evocazione di un bel momento trascorso nell’ambiente scolastico. Non bisogna porre interrogativi troppo astratti, ma concreti e precisi. Un altro requisito fondamentale è cercare di non scadere mai nell’effetto “terzo grado”, tipo: “Com’è andata la verifica? Che voto hai preso? Il tuo compagno?”. Niente di male a parlarne, ma subito così, dà l’idea di ridurre la scuola solamente a voto e rendimento.

In internet se ne trovano parecchie tra cui: “Ma cosa faresti se fossi tu l’insegnante?” oppure “Quando sei stato più felice oggi?”, basta digitare in Google cosa chiedere a tuo figlio al ritorno della scuola per trovare numerosi esempi e selezionare quelli più che riteniamo più adatti. Se poi vostro figlio vi chiede: “E tu, come è andata la tua giornata al lavoro?” Avrete tutto il diritto di rispondere “Ehi, ma una domanda più interessante no?” Ma tornando alla pratica di chiedere quotidianamente come sia andata la giornata a scuola,  la psicologa Lisa Damourritiene afferma essere una pratica sbagliata perché i ragazzi non amano raccontare le loro giornate in quanto si sentono mentalmente esausti. Possono divertirsi a scuola con i loro amici, ma sono anche a stretto contatto con compagni che non hanno scelto, ha spiegato la psicologa rivolgendosi ai genitori. D’altronde, dopo una lunga e faticosa giornata di lavoro, l’unica cosa che si ha voglia di fare è distrarsi, stare in silenzio o parlare d’altro che non sia la giornata appena passata. Lo stesso, secondo la Damour, accade ai ragazzi che vanno a scuola e si sentono rivolgere l’odiata domanda dai genitori. La soluzione potrebbe essere quella di non formulare quesiti diretti, come già spiegato sopra e non dare troppi consigli ai ragazzi; questi, proprio come gli adulti, spesso cercano solo un po’ di conforto, non consigli. A volte capita che nonostante si lasci ai figli lo spazio e il tempo per rilassarsi prima di iniziare con le domande, questi continuino a non “chiacchierare”, anzi rispondano seccati: “Piantala di chiedermi queste cose!”. In tal caso, può essere utile chiedere se vogliono sapere come è andata la nostra giornata, raccontandola nei dettagli più simpatici, condividendo quello che ci fa ridere e cosa ci annoia, gli errori che facciamo, le nostre difficoltà e le persone interessanti che incontriamo. Spesso accade che, una volta finito il nostro racconto, i figli, come se fosse arrivato il loro turno a un gioco di carte, inizino a raccontare la loro giornata.

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A cura della Dottoressa Elisa Fedriga, responsabile equipe Casa dello Studente

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